Maryna è una di quelle persone a cui è difficile dare un’età. Giovanile nell’aspetto, indossa spesso jeans attillati e si tinge i capelli di un bel rosso acceso, ma ha il viso affaticato, come di una persona per cui gli anni iniziano a contare.
È in Italia ormai da quasi 3 anni, ha frequentato un sacco di corsi, ma il suo italiano si limita a poche e semplici parole: “ciao”, “andiamo”, “dottore”, “lavoro”. Nonostante questo, è sempre stata una persona molto intraprendente, non è mai riuscita a tenersi un lavoro per molto tempo, ma è sempre riuscita inspiegabilmente a trovarne uno nuovo nel momento in cui perdeva quello precedente.
All’inizio sembrava sempre molto arrabbiata con tutte le persone che le stavano intorno, come quella volta che ci ha accusate di averle rubato i vestiti o quella volta che ha urlato in refettorio perché secondo lei non volevamo lasciarle da parte il pranzo.
Poi tutto è cambiato quel giorno che ci ha comunicato che sarebbe rientrata in Ucraina per sbrigare alcune pratiche burocratiche. Aveva già organizzato tutto, sistemato la camera, preparato le valigie e chiesto ad una amica di poter lasciare i suoi vestiti da lei. Era così contenta di tornare a casa per potersi finalmente occupare del suo giardino e delle sue rose, che sicuramente avevano bisogno di una sistemata. Ma poi, una mattina, un aereo russo bombarda il quartiere vicino a casa sua. La chiamata del figlio: “Mamma, non puoi più venire, è troppo pericoloso”. Maryna precipita in una profonda malinconia.
Dopo qualche giorno viene in ufficio, si siede e ci dice con uno sguardo perso e commosso: “Voglio casa”.
Due parole che ci lasciano senza parole.
Due parole che ci ricordano quanto è difficile lasciare la propria casa e la propria terra per vivere da stranieri in terra straniera.
Due parole che ci ricordano di quanto le persone che accogliamo, ancor prima di aver bisogno di documenti, di vestiti o di cibo abbiano bisogno di sentirsi a casa, anche se casa loro è a migliaia di chilometri di distanza.
Da quel giorno Maryna non ha mai più organizzato di tornare a casa sua. Forse troppo costoso, forse troppo pericoloso o forse troppo faticoso.
Ha invece ripreso la sua routine quotidiana fatta di visite mediche, piccoli lavoretti e lunghi corsi di italiano. Quando è libera poi, si mette la sua vestaglia color blu elettrico, prende la scopa e spazza le foglie nel giardino, quasi a voler spazzare via anche quella profonda nostalgia di casa o nel tentativo, forse, di rendere più “casa” quello che in realtà è solo un centro di prima accoglienza.
Foto di Andrea Lavaria